Le patacche che Travaglio non vuole vedere sulla trattativa
La scorsa settimana sul Fatto quotidiano, Marco Travaglio ha utilizzato la sua penna delicata per raccontare l’evoluzione del famoso processo sulla trattativa stato mafia. Sfortunatamente per i lettori del Fatto, però, Travaglio non ha dedicato il suo spazio né per rispondere al saggio con cui Giovanni Fiandaca – uno dei più autorevoli studiosi di diritto penale d’Italia considerato un “maestro” anche dal magistrato che prima di arrivare ad Aosta conduceva l’inchiesta sulla trattativa, ovvero Antonio Ingroia – ha fatto a pezzi il processo sulla trattativa, spiegando, come avete letto due settimane fa sul Foglio, che un processo dove manca il movente, dove mancano le prove e dove non è chiara nemmeno la formulazione dei reati semplicemente non è un processo ma una boiata pazzesca; né per spiegare la ragione della clamorosa svolta garantista del suo giornale, che dopo aver costruito parte della sua fortuna prendendo a sassate i teorici della presunzione d’innocenza ha deciso di non condannare a priori per i suoi guai giudiziari il testimone chiave nel processo sulla trattativa (quel Massimo Ciancimino, considerato “quasi un’icona dell’antimafia” da Antonio Ingroia, indagato dalla procura di Palermo per calunnia e concorso in associazione mafiosa, indagato dalla procura di Caltanissetta per calunnia aggravata, imputato a Palermo per il ritrovamento nel giardino della sua casa di decine di candelotti di tritolo; ritenuto dalla procura di Caltanissetta un soggetto da considerarsi inattendibile dal punto di vista probatorio; condannato dalla procura di Palermo per riciclaggio di denaro e arrestato alcuni giorni fa dalla procura di Bologna per associazione a delinquere ed evasione) e ha scelto invece una linea più democratica per raccontare l’evoluzione del processo: prendere a bastonate chiunque osi contraddire la tesi per cui può esistere una verità diversa da quella raccontata da un pm e prendere a randellate chiunque osi ricordare che il processo presenta alcune contraddizioni che solo chi scambia le veline delle procure per verità assolute può fingere di non notare.
In particolare, Travaglio sabato scorso ha riservato la sua colonnina per rispondere ad alcuni articoli dedicati alla trattativa dal sottoscritto (“Piccoli Pigi crescono”, Travaglio, lo sapete, ha una sua speciale ossessione per il nostro amico Pigi Battista, editorialista del Corriere). E nel tentativo di argomentare con irresistibile verve ironica le ragioni per cui il sottoscritto “non sa nulla”, “spara balle” e rischia di farsi venire “un’ernia al cervello con troppe notizie vere tutte insieme” (ernia al cervello non è male, comunque) il nostro Travaglio, forse ancora stordito dal nuovo duro regime garantista del suo giornale, ha sparato un po’ di fesserie: che riguardano sia gli articoli del sottoscritto sia la storia del processo sulla trattativa. Come tutti i giornalisti specializzati nel trasformare in un brano di Vangelo le parole di un magistrato, negli ultimi giorni Travaglio ha provato con enfasi (5 giugno, 8 giugno) a dimostrare che il processo sulla trattativa è solido e rigoroso e senza zone d’ombra, e nel cercare di accertare la colpevolezza del principale imputato del processo in questione (il generale dei Ros Mario Mori) ha messo insieme alcune informazioni a volte incomplete e a volte sballate per creare il famoso “effetto frullatore”. Funziona così: metti insieme notizie che c’entrano poco l’una con l’altra, poi prendi i pezzi delle ordinanze che ti fanno comodo, ritagli gli estratti delle testimonianze che più ti tornano utili, quindi confondi le parole dei magistrati con le verità processuali, eviti di riportare la versione completa dei fatti, te ne freghi di tenere da conto la versione degli imputati (salvo che gli imputati di cognome facciano Ciancimino), shakeri tutto per bene e, oplà, eccolo qui il frullatone. In entrambi gli articoli dedicati alla trattativa, Travaglio dà per scontate alcune cose che sono controverse, e trasforma in verità assolute alcuni fatti che sono oggetto di indagine.
Travaglio per esempio dà praticamente per certo che il famoso papello di Ciancimino sia la prova provata che c’è stata una trattativa tra lo stato e la mafia, dimenticandosi però di dire che il papello, a oggi, è una fotocopia di cui non esistono acertamenti storici definitivi e di cui nessun testimone o pentito ha mai avuto un riscontro diretto e che è stato portato ai giudici da un testimone che si chiama Massimo Ciancimino, che è indagato dalla stessa procura di Palermo per calunnia per aver falsificato un documento in cui accusava Gianni De Gennaro di aver avuto un ruolo nella trattativa stato-mafia. Travaglio, poi, dice che il sottoscritto “non sa che la stessa Scientifica che ha smascherato il falso su De Gennaro ha periziato l’autenticità del papello”. Ma in perfetto stile frullatore dimentica di offrire ai suoi lettori un particolare importante: non tanto che esiste una procura della Repubblica (quella di Caltanissetta) che ha già esaminato 190 mila file che riguardano Ciancimino, che ha già considerato “false” molte sue affermazioni e che ha affermato che non è certa l’autenticità della documentazione presentata da Ciancimino; quanto che la scientifica di cui parla Travaglio ha sì periziato l’autenticità del papello ma senza riuscire a confermarne l’autenticità. Travaglio, infine, insiste sulla storia che i Ros guidati da Mori, dopo il famoso arresto di Riina del 1993, non avrebbero perquisito il covo; scordandosi però anche qui di ricordare due cose: non solo che tecnicamente l’ordine di perquisire (che non arrivò mai) doveva venire dalla procura (allora guidata da Caselli) ma anche che Mori è stato assolto in quel processo e che il magistrato che ha chiesto il proscioglimento di Mori – che tra parentesi si chiama Antonio Ingroia – all’epoca disse che le condotte dei carabinieri “sono state dettate da ragioni di stato e non da altro”. Ecco.
Si potrebbe andare avanti così per ore a raccontare il metodo frullatore di Travaglio ma perdere tempo sui dettagli rischia di farci sfuggire il vero tema politico e culturale che si nasconde dietro alle polemiche (anche giornalistiche) sulla trattativa. E il punto è semplice: che un processo debole in cui secondo uno dei giuristi più importanti d’Italia manca il movente, mancano le prove e dove non è chiara nemmeno la formulazione dei reati è stato trasformato da alcuni magistrati e da alcuni giornalisti in un grande processo frullatore: in cui è diventato un reato far notare le debolezze del castello delle accuse; in cui è diventato un reato sottolineare la fragilità dei testimoni d’accusa; in cui è diventato un reato ricordare che gran parte di questo processo è stato portato avanti da alcuni magistrati non solo nelle aule di tribunale ma soprattutto sulle poltroncine dei talk show; in cui è diventato un reato riportare la versione degli imputati (che fino a prova contraria, vero Marco, sono innocenti, no?); e in cui è diventato un reato ricordare che il pm che ha guidato fino a qualche mese fa le indagini sulla trattativa stato-mafia (Antonio Ingroia) che ha sempre negato che nella procura di Palermo si possa fare politica qualche mese fa, dopo una breve apparizione in Guatemala, si è candidato alle elezioni per diventare presidente del Consiglio. Ecco. Travaglio naturalmente ha il diritto di scrivere quello che vuole, di insultare chi vuole e di giocare con i fatti come meglio crede. Chiedere che Travaglio provi a metterci un po’ di attenzione nel non spacciare per verità assoluta le versioni di un magistrato, o di un pataccaro, forse è troppo. Ma chiedere invece che Travaglio perda qualche minuto a leggere il saggio con cui Giovanni Fiandaca ha dimostrato che la trattativa stato mafia è una boiata pazzesca forse non è troppo. Che dici Marco, ce la fai?
Claudio Cerasa via Il Foglio
Il senso di Travaglio per i fatti. Un articolo esemplare
Impressionante l’articolo che ha scritto Marco Travaglio sul Fatto di oggi per dimostrare che le contro argomentazioni offerte da alcuni giornali (compreso il Foglio) rispetto alle accuse della procura di Palermo sulla trattativa stato mafia non sono credibili. Impressionante, specie se uno ha avuto il tempo di leggersi non solo le carte della procura ma anche quelle della difesa. Esempi. Travaglio critica l’Unità, e in particolare Pino Arlacchi, per aver scritto “restando serio, che ‘la trattativa non c’è mai stata’ anche se la chiamano così quelli che l’hanno fatta”. Prima annotazione: come certamente saprà Travaglio, cosa che rende più grave la sua omissione, non esiste un’indagine sulla trattativa in quanto tale, come riconosciuto tempo fa dallo stesso Antonio Ingroia (“Nessuno è indagato per aver trattato con la mafia”, “Accettare le condizioni della mafia può essere una scelta politica discutibile ma penalmente non punibile”, Ingroia, 28 giugno 2012). Esiste invece un processo complicato che ha più ramificazioni (i processi in realtà sono tre) e che ha altri capi di imputazione che riguardano reati che sarebbe bene conoscere, senza infilare tutto in un grande frullatore, e sparare schizzi di qua e di là. Il reato in questione, per il quale la procura ha chiesto nove anni di carcere per Mario Mori, di per sé sarebbe anche grave (“Violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario”) ma Travaglio, per dimostrare che la trattativa stato mafia non è una boiata pazzesca, utilizza altre argomenti, altri “fatti” (con tante virgolette”) e molte faziosità esemplari.
Leggete questo paragrafo:
“Insomma, se i carabinieri incontrano Ciancimino che parla con Riina che manda un papello che anticipa profeticamente una dozzina di leggi antimafia; se Borsellino scopre tutto ciò e muore subito ammazzato, mentre uomini dello stato fanno sparire la sua agenda rossa e svuotano i cassetti del suo ufficio; se gli stessi militari arrestano Riina ma non perquisiscono il covo lasciandolo svuotare dai mafiosi; se il governo toglie il 41-bis a 343 detenuti fra cui molti mafiosi; se i Ros non arrestano Provenzano nemmeno quando un confidente li porta al suo nascondiglio; ecco, se tutto ciò avviene è per pura coincidenza”.
Travaglio dà per scontate alcune cose che sono controverse, e trasforma in verità assolute alcuni fatti che sono oggetto di indagine. Facciamo qualche altro esempio? Il famoso papello di cui parla Travaglio, e non solo lui, è, allo stato dei fatti, un documento fotocopiato di cui non esistono riscontri storici definitivi e di cui nessun testimone o pentito ha mai avuto un riscontro diretto (nemmeno Brusca, che in teoria è l’unico pentito ad aver ammesso di averne sentito parlare da Riina ma che allo stesso tempo ammette in svariate testimonianze ammette, e Travaglio sicuramente lo sa, di non aver mai assistito alla scrittura del papello e di non aver mai visto nulla che ci assomigliasse). Un documento, poi, che è stato portato ai giudici da un testimone che si chiama Massimo Ciancimino, che è indagato dalla stessa procura di Palermo per calunnia per aver falsificato un documento in cui accusava Gianni De Gennaro di aver avuto un ruolo nella trattativa stato mafia. Chissà perché, però, Travaglio dimentica di ricordare questo passaggio. Andiamo avanti.
Travaglio, facendo sua la versione di Massimo Ciancinimo, scrive che Borsellino, in pratica, sarebbe stato ucciso dalla mafia dopo aver scoperto che i carabinieri stavano trattando con Ciancimino. Anche qui però Travaglio omette alcuni particolari mica da poco, e non ricorda per esempio che i carabinieri che secondo lui sarebbero colpevoli di aver trattato con la mafia, e di essere in qualche modo i responsabili morali della morte di Borsellino, sono gli stessi con cui Borsellino stava lavorando fino a pochi giorni prima di essere ammazzato per portare avanti un’inchiesta (la mafia appalti) archiviata dalla procura di Palermo il giorno dopo la morte di Borsellino. Non finisce qui, andiamo avanti. Scrive Travaglio: “Se gli stessi militari arrestano Riina ma non perquisiscono il covo lasciandolo svuotare dai mafiosi”. Piccolo problema: per quale ragione Travaglio non ricorda che sulla storia della famigerata mancata perquisizione del covo di Riina c’è già stata un’inchiesta portata avanti dalla procura di Palermo che il 20 febbraio 2006 si è conclusa con un proscioglimento degli indagati perché il fatto non sussiste? E ancora. Perché Travaglio non ricorda che quel famoso pomeriggio a Mezzojuso nel 1995, quando i Ros arriveranno vicini al nascondiglio di Provenzano, l’operazione era stata organizzata preventivamente con tutte le istituzioni competenti per fare solo dei rilievi fotografici? E perché Travaglio non ricorda, in nome della famosa completezza delle informazioni, che il grande accusatore che accusa i Ros di non aver agito contro Provenzano – nonostante abbia detto di essere lì sul posto con i Ros – in realtà è stato smentito da un testimone che ha certificato come il grande accusatore non ha assistito alla scena e non può sapere come sono andate davvero le cose?
L’atteggiamento di Travaglio, almeno a me sembra, è l’esempio perfetto di cosa succede quando si fa propria in tutto e per tutto la versione dei fatti offerta dalla procura: giornalisticamente funziona, anche se corri il rischio di essere visto come una specie di pappagallo delle procure, ma alla fine trasformi in mostri gli imputati, riportando anche delle versioni incomplete dei fatti e delle persone sulle quali si sta indagando, e soprattutto ti dimentichi di far tuo un concetto semplice del diritto penale: la presunzione di innocenza. Che non significa che tutti debbono essere garantisti ma che significa quanto meno che perdere cinque minuti a leggere la versione dei fatti di chi fino a prova contraria è innocente non è un optional: sarebbe semplicemente un dovere.
via Cerazade
Travaglio, Ingroia e Borsellino jr i creatori (impuniti) di Ciancimino. Come è possibile che Massimo sia testimone-chiave nel processo trattativa Stato-mafia benché sia imputato nello stesso processo?

Girano sul Web, girano in tutte le redazioni, le mail dei grillini rubate dagli hacker del Pd (credibili come i nazisti dell’Illinois, ma viva la democrazia). Perché non le vediamo? Perché non le leggiamo? Perché non possiamo sbavare anche noi sul corpo esausto della democrazia?
Abbiamo visto le girl incipriarsi nel cesso del Cav., abbiamo spiato le Olgettine raccontarsela tutta, sulle notti e le mattine. E adesso, introiettando golosi quella insana forma di pruderie che si chiama difesa della libertà d’informazione vogliamo vederla, anzi esigiamo che la vedano tutti, la grillina che si sgrilletta. Ne va della trasparenza. La deputata Giulia Sarti da Rimini, si chiama la poveretta: perché democrazia è sputtanare il peccatore prima ancora di aver visto il peccato (reato?). E anche le altre foto vogliamo, e i filmati, perché sappiamo che ci sono. Lo sanno anche i neotartuffi delle redazioni, quelle che un tempo erano “senza bavaglio”, e adesso se la fanno sotto di fronte a una mail che parla dei cazzi dei Cinque stelle. Viva gli hacker del Pd.
Non vi è goduria che più m’incista, di smoraleggiare a faccia sotto un moralista..
Via E adesso vogliamo sapere da Travaglio tutto sui provini di Giorgia Manuguerra, tutto godibilissimo da leggere su http://www.ilfoglio.it/soloqui/18028
(via abr)
Travaglio è “Un amorale truccato da moralista”
Palesemente, a Marco Travaglio je rode. Quando mi capita di scrivere di lui, qualche amico caro eccepisce: quello non ti si fila nemmeno. Anch’io pensavo così, all’inizio, ma ho dovuto ricredermi: quello mi si fila, eccome se mi si fila, e replica rintuzza respinge recrimina. Come un forsennato. E la sola spiegazione è quella appena detta: je rode proprio. Aiutato da acribiosi esegeti, sono arrivato a concludere che quanto segue è ciò che Travaglio proprio proprio non sopporta.
1. La critica di essere un amorale (e, talvolta, un immorale), truccato da moralista. Il moralismo, si sa, può avere una sua funzione virtuosa, ma solo fino a quando è espressione di una concezione tragica dell’esistenza, segnata da un profondo pessimismo sulla natura dell’uomo e sulla sua vocazione al male. Che alla radice vi sia il peccato originale o l’identità antropologica, è la fallibilità dell’individuo e la sua vulnerabilità alle tentazioni del mondo a costituire la sostanza “umana, troppo umana” della persona.
In Travaglio nulla di tutto ciò: il suo occhio che osserva è, piuttosto, la coda con cui l’Inquisitore si fa Giudicante e sentenzia “quantunque gradi vuol che giù sia messa” (l’anima colpevole). A quel punto il moralista già si è fatto immorale, perché si presuppone irriducibilmente estraneo alla fragilità umana e al di sopra di essa. Egli è il titolare del Bene e, non conoscendo il conflitto tra questo Bene e il Male, esercita una mera funzione giudiziaria e finisce col non vivere alcuna vita morale.
2. La critica di scrivere male, malissimo. La scrittura di Travaglio è, alla lettera, questurina. E non perché la sua fonte principale sono i verbali di polizia, gli interrogatori e le intercettazioni. Piuttosto, la sua è una scrittura giudiziaria nel senso sopra detto: perché è, appunto, quella di un moralista che fatalmente diventa immorale, dal momento che non conosce le lacerazioni della vita reale, bensì solo i codici che vorrebbero imprigionarla.
Ne discende inevitabilmente un vocabolario povero e sciatto, ordinario e cupo e una prosa ferrigna e claustrofobica. Per accenderla, Travaglio è costretto a ricorrere, come i piccini, all’esplosione di miccette: “coglioni” e “dementi” e così via, spensieratamente.
3. La critica di far ridere poco, pochissimo. Da un sessantennio, il linguaggio comico italiano si divide in due canoni principali: a) il Raccontatore di barzellette; b) il Deformatore di cognomi. Al primo canone appartengono Walter Chiari (il più grande), Carlo Dapporto e Gino Bramieri. Di questo filone Silvio Berlusconi rappresenta l’epigone compulsivo e malinconico.
Al secondo, vuole la leggenda che appartenesse Palmiro Togliatti (ma, come direbbe un passatista, allora ci si divertiva con poco): e tutti - confessiamolo - ne siamo stati partecipi e vittime (figuriamoci uno il cui cognome termina in oni). Poi, si diventa più o meno adulti. Il puer aeternus Travaglio no. Scrive: Al Fano, e c’è chi si scompiscia dal ridere.
4. La critica di essere gerontofobo. Glielo ha rimproverato anche Michele Santoro, ma lui nega e dice di “adorare gli anziani” e tuttavia di volerli pensionare. Il problema (suo) è che l’insofferenza verso i vecchi è ricorrente e sembra dovuta all’avanzare dell’età (sua). Travaglio ha cinquant’anni e, palesemente, non li vive bene. Stavo per aggiungere: e perde vistosamente i capelli. Ma chi scrive, quanto a handicap, sta molto peggio, e, dunque non accennerò alla sua “fronte inutilmente spaziosa” (Fortebraccio).
5. La critica di essere speculare a Berlusconi. Travaglio si picca di esserne un acerrimo avversario. Ma, per dubitarne, basta aver visto il confronto tra i due nel corso di Servizio Pubblico. Spiace ripetersi, ma quella parola sporcacciona (inciucio) che gonfia indecentemente le gote di Travaglio quando parla di “larghe intese”, definisce magnificamente la simbiosi perfetta tra Berlusconi e Travaglio: stessa accidia morale (ilare nel primo, tetra nel secondo), il medesimo sospetto per la complessità del pensiero, l’analoga insofferenza verso le contraddizioni e le aporie dell’esistenza.
6. La critica di essere il lupo che accusa l’agnello. Domenica scorsa, Travaglio ha scritto un fondo che, più che un articolo, è una cartella clinica: l’uomo è palesemente provato. E reagisce rabbiosamente (“topi di fogna”) verso chi ha utilizzato il metodo Travaglio contro Travaglio, a proposito di un certo “traffico d’influenza” gestito dallo stesso Travaglio.
Mi indigno anch’io: come non vedere, dietro tutto ciò, lo zampino di Berlusconi che, al solito, la butta in caciara per affossare la legge anti-corruzione (che prevede, appunto il “traffico d’influenza”)? Ma questa vicenda è sommamente istruttiva. Nel denunciare il suo immotivato coinvolgimento in una storia di hackeraggio, Travaglio ricorre a tutti (ma proprio tutti) gli elementi linguistici e drammaturgici e quelli mitico-paranoici, che alimentano le sue leggende criminali.
Non c’è termine, dettaglio o circostanza da lui utilizzata nella indefessa attività di character assassination e di edificazione di complotti, che oggi egli non attribuisca ai due giornalisti che, in questa circostanza, hanno scritto di lui.
7. La critica secondo la quale nessuno “gli vuole bene”. Altroché, se mi vogliono bene, replica Travaglio: “se Manconi si informasse, potrebbe avere brutte delusioni”. Ditemi voi se una risposta del genere non segnali una grave forma di stress psicofisico. Ma se, il “voler bene” viene considerato nell’unico significato che qui interessa (quello pubblico-politico) risulta eloquente che nelle Quirinarie, e in altre simili competizioni, Travaglio finisca ultimo (mentre Emma Bonino, da lui costantemente insolentita, gli fa ciao dalle primissime posizioni).
Probabilmente, a Travaglio sfugge che, più che “volergli bene”, molti lo temono: come, negli anni ‘70, molti temevano il Candido di Giorgio Pisanò, del quale Travaglio riproduce puntualmente gli stilemi satirici.
8. La critica che il suo furore contro il Pd sia così “di destra” da impedirgli di denunciare iniquità grandi e piccole. Travaglio replica richiamando centinaia di articoli sul Fatto. Ma io ho parlato di lui, non del Fatto. Che è altra cosa. Antonio Padellaro scrive cose che non condivido, ma è un’analista acuto. Furio Colombo è un uomo di passioni e contraddizioni, ma libero.
Paolo Flores, maleducatissimo nelle relazioni personali, è tuttavia persona colta e coerente. Travaglio è una perfetta manifestazione del narcisismo nell’epoca della “rottura degli specchi”.
P.s. Ora però basta. Deve smetterla, Travaglio, di importunarmi, di inviarmi sms e mail e di insistere: “parliamone”. Parliamo, ma di che? Non posso più perdere tempo e devo dedicarmi allo studio dell’ocarina. Se ci riprova, chiamo i carabinieri. Sono di sinistra e, tuttavia, uomo d’ordine.
Lo Scrotalo

Napolitano è veramente vecchio, ma Travaglio fa veramente schifo. Segnatevi la data (21 aprile) perché lo stile escrementizio del cabarettista del Travaglino ha toccato il fondo: quello del suo culo, strumento con cui evidentemente verga i suoi articoli. Nel suo fondo (schiena, appunto) il becchino di Torino, che ormai sfoggia una pettinatura alla giovane Bersani, domenica ha scritto che:
1)Napolitano è «a immagine e somiglianza» del «cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio» che «si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi»;
2) Napolitano è storicamente richiamabile a quando «i vecchi partiti di centrosinistra nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler »;
3) Napolitano rischia di restare «abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio»;
4) I giornalisti hanno celebrato Napolitano «con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi». La versione online dell’articolo, mentre scriviamo, vanta 2234 commenti di poveri pirla, tutti entusiasti di questo portasfiga (lo salutano Di Pietro e Ingroia) ridotto a fare l’Ugo Intini di Beppe Grillo, un comico.





