Chappatte
Diritti indirettamente dirottati
Una cosa che non mi piace del clima democraticoso contemporaneo è il modo in cui lentamente è stata distorta la nozione di diritto. Sarà che ormai l’espressione “diritto civile” è diventata uno slogan con cui chiunque si riempie la bocca, o che la parola è ormai usata al di fuori della sua connessione necessaria con il concetto di dovere; sta di fatto che non tutto ciò che passa per la testa della gente ha il diritto di essere un diritto. Ad esempio: è giusto avere il diritto di dire scemenze, ma non è giusto pretendere il diritto di esigere che quelle scemenze vengano prese per cose intelligenti. E’ giusto avere il diritto di dire cose sbagliate, ma è sbagliato esigere il diritto di avere ragione.
Mi infastidisce l’ingiustificata equazione tra verità e fascismo, la pretesa che essere democratici significhi non distinguere più tra chi dice cose vere e chi dice cose false. Non capisco l’ossessione che la gente ha per il fatto di essere considerata intelligente, come se essere accreditati nel numero degli spiriti acuti fosse un diritto civile il cui riconoscimento stabilisca la differenza tra chi ha valore e chi no.Una società democratica e libera non è una società in cui tutti riscuotono liberamente il proprio diritto ad essere considerati belli, intelligenti, simpatici e onesti, ma una società in cui chiunque può liberamente decidere di fare, dire ed essere ciò che preferisce, e di patirne le conseguenze.
A parte questo, lo diceva già De Chirico diversi decenni fa: siamo in una società in cui l’intelligenza non è più una qualità ma uno status symbol, un gadget che si rivendica, si ottiene e si compra. E vabbè.
CIVATI E IL REFERENDUM BOLOGNESE
“Sul referendum bolognese di domenica Pippo Civati ha perso un’ottima occasione per tacere. Capisco la vocazione per la tuttologia, ma prima di straparlare e pontificare sarebbe cosa buona informarsi e documentarsi. Non viene posta nessuna “questione” inerente al tema della pubblica istruzione, si tratta di una battaglia squisitamente ideologica e anticlericale, sponsorizzata da una lunga lista di vip in cerca di visibilità sui giornali. In secundis, uscirsene con frasi del tipo “tra la A e la B preferirei la C” quando ormai è chiaro che la scelta è fra A e B e che non esiste alcuna opzione C, dimostra una propensione all’equilibrismo e all’ambiguità che mal si adattano a uno che vorrebbe fare il segretario di partito”. Dice Matteo Maltinti. E sono d’accordo con lui.
Al posto della convergenza verso politiche di bilancio e fiscali allineate e sincrone, come credevano i suoi architetti, la moneta unica porta agli stati che la condividono una divergenza verso due punti focali contrapposti che identificano due gruppi speculari con interessi antitetici: i debitori verso l’estero, quasi sempre con partite correnti in disavanzo, e i creditori, in sistematico surplus commerciale.
Se non ora quando?
Si parla molto di legge elettorale, ancora. Si discute di micro modifiche. Di premi di maggioranza. Di collegi da ridisegnare. Di equilibri da trovare. Eccetera. Capisco il ragionamento del governo: pur di non andare a votare con questa legge elettorale va bene anche qualche modifica, purché la legge di domani sia diversa da quella di oggi. Ok. Eppure c’è un filo di ipocrisia in queste discussioni. Mai come oggi il nostro paese ha la possibilità di passare dalla seconda alla terza repubblica. Mai come oggi il nostro paese ha la possibilità di riscrivere le coordinate della nostra cartina geografica-istituzionale. E mai come ora centrodestra e centrosinistra avrebbero l’occasione di uscire dal minimalismo dei vari porcellum e dei vari mattarellum e fissare sul calendario una data per discutere dell’unica legge che potrebbe garantire stabilità, governabilità, alternanza, bipolarismo e quant’altro: il sistema semipresidenziale francese. Come dire: se non ora quando?
via Cerazade






